27/08/2003

In treno due

Seduto su una panchina di pietra della stazione di Mestre, attendo il treno che mi riporterà a casa, dopo un esame dato senza convinzione con un voto mediocre. Leggo distrattamente quei giornalini gratuiti pieni di pubblicità e annunci di ogni tipo: la giornata è decisamente qualunque. Ad un certo punto succede l’imprevedibile, si siede al mio fianco Giulio Mozzi, scrittore multiforme. Sono abbonato a Vibrisse e da qualche tempo leggo il suo blog. Lo vedo un poco stanco, spettinato, con i vestiti vistosamente stropicciati e un poco sporchi. Barba di qualche giorno, sguardo perso. “Buongiorno”. Dico con entusiasmo controllato. “Salve”. Risponde lui.
“Lei è Giulio Mozzi, vero?”. Chiedo con le palpitazioni. “Così dice l’anagrafe”. “Mi scusi, io sono quel annibalepolpetta che è iscritto a Vibrisse”. “Ah, curiosa email. Ora non ricordo, gli iscritto sono più di duemilacinquecento”. “Certo, era solo per dirle che io la seguo, anche sul suo blog” “Bene”. Dice soppesando un libro voluminoso, macchiato in vari punti. “Posso chiederle una cosa?” “Dica”. Guarda verso i binari. “Adesso che ci siamo incontrati, adesso sarò sul suo blog? Cioè sarò il protagonista di un suo prossimo intervento sui treni? Forse è necessario che saliamo in treno, magari in uno fermo?”. Sorrido. “In che senso?”. Mi chiede stanco. “Sì, insomma. Lei scrive di treni e telefonate, siamo in stazione, ora, dunque potrebbe esere un prossimo intervento?”. Dico con tono entusiastico. “Non credo, ormai esiste un blog di servizio che svolge questo compito. Io mi limito a creare nuovi filoni, generi, stili. Sperimento per dare scrittura ad altri. Per nuove genesi letterarie”. Con un tono quasi da santone. “Quindi niente intervento tra me e lei? Potrei fare qualche cosa di strano, di contemporaneo, di situazionista. Tipo comperare delle m&m’s ordinarle in fila su di un binario, aspettare che un treno passi e poi leccare quello che rimane spiaccicati. Un gesto contro le multinazionali, che simboleggia il non volere trasportare il loro messaggio altrove, schiacciarlo e metabolizzarlo. Cosa ne dice?”. “Certo, mi sembra meritevole, ne parlerò con il mio avvocato”. “Si sente bene?”. “Sono un poco stanco, ho passato dei giorni difficili”. “Dunque nessuna parola di noi sul blog?”. “Non credo”. “Ho capito, mi scuso”. “Si figuri”. “Arrivederci”. “Mi chiami, quando vuole. Mi telefoni, si faccia trovare alla stazione. Devo ricominciare, non posso lasciarmi espropriare così. Sentiamoci”. “Certo”. di tet | 27/08/2003
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